I club varietali ci stanno colonizzando?

di Thomas Drahorad

Un recente comunicato della Regione Puglia inizia così:

La Puglia dell’uva da tavola sta diventando una colonia israeliana, californiana o cilena. Per produrre determinate varietà versiamo vere e proprie royalty ai Paesi d’origine. Ma ci viene anche imposto di vendere il prodotto solo a determinati soggetti. E, nel caso in cui quest’ultimo impegno viene violato le viti possono anche essere tagliate».
E’ la denuncia del consigliere regionale pugliese, Gianni Stea che annuncia una proposta di legge…

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Uva Italia (archivio fotografico Rolando Drahorad)

Questo consigliere ha semplicemente intercettato l’umore di tanti produttori che non accettano i moderni meccanismi economici dell’innovazione varietale.

Sviluppare una nuova cultivar è un processo lungo e costoso. D’altra parte un agricoltore avveduto che compra i diritti si attende una serie di vantaggi e tutele che migliorino le sue prospettive economiche.

Qui si realizza lo scambio tra il costitutore varietale e il produttore: una buona varietà, tutele legali e sui meccanismi economici di produzione e vendita costituiscono un valore che ha un prezzo economico e contrattuale.

Per fortuna viviamo in un libero mercato e non in un’economia di stampo sovietico. Il produttore che non vuole comprare le nuove varietà è libero di farlo, come è libero di continuare a usare la zappa se non vuole dari i propri soldi alla New Holland per un trattore.

D’altra parte anche il costitutore varietale è libero di scegliere a chi vendere le sue cultivar: a te no perché non hai abbastanza superfici disponibili, a te neanche perché hai già delle altre varietà, a te nemmeno perché non sei abbastanza solido finanziariamente e non mi garantisci uno sviluppo di lungo termine.

E’ il mercato, bellezza!

Oggi solo il circolo virtuoso tra costitutori varietali e produttori, quando il legame è forte e serio, può risultare motore di sviluppo a lungo termine del settore ortofrutticolo.

Ovviamente ci sono contratti più o meno vincolanti: si va dalla semplice royalty per la produzione fino a vincoli che interessano l’intera filiera commerciale.

metisMa i produttori si devono rendere conto che hanno solo due strade se si accetta che l’innovazione varietale sia necessaria: o sviluppano le varietà in proprio (magari consorziandosi) oppure le acquistano da terzi.

I produttori italiani di uva da tavola si sono accorti con dieci anni di ritardo che devono attivare dei programmi di ricerca strutturati e di lungo termine; per le susine siamo ancora al palo; per le nettarine qualche risultato valido è stato prodotto dai vivai italiani, per le mele siamo praticamente alla mercè di quanto è sviluppato dall’estero, per le pere si muove ancora troppo poco se pensiamo al potenziale produttivo e di mercato che rappresenta l’Italia per questo frutto.

I club varietali non sono obbligatori né sono l’unica soluzione alla necessità di introdurre novità sul mercato per soddisfare meglio i consumatori. Ma a dire che i club ci colonizzano sono normalmente gli stessi che non vogliono investire in ricerca e sviluppo.

Pensate bene se essere “colonia israeliana, californiana o cilena” o se preferite l’autarchia.

Ma decidetevi, altrimenti chiudiamo bottega.

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I club varietali ci stanno colonizzando?

2 pensieri su “I club varietali ci stanno colonizzando?

  1. Fabrizio ha detto:

    L’intervento del consigliere pugliese è di una demagogia unica. Se fosse un buon amministratore affermerebbe che si mette in moto per trovare fondi al miglioramento varietale made in Italy, o magari Made in Puglia. Solo che sarebbe un’opera troppo complessa e lungimirante. Meglio un finto slogan autarchico, tanto gli israeliani se non gli compriamo le piante gli compriamo direttamente il prodotto. Suppongo se ne faranno una ragione.

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